Con buena vibra

17 luglio 2014. Un mese e pochi giorni. Le avventure si sommano, gli occhi catturano, e, se penso ai giorni trascorsi, allibisco pensando a quanto sia successo e a quanto accadrà nei 300 giorni che seguiranno il mio cammino.

Il DF in questo mese non è stato compagno di avventure, a esserlo sono state sei città sparse per il paese, uniche nel loro totale anonimato che sommate non raggiungono le dimensioni di quella che avevo imparato a sentire già un po’ casa.

Dopo mesi di osservazione si è evidenziato che se nel Messico degli anni ‘80 era il punk ad essere la forma di espressione e aggregazione maggiore tra le bande delle colonie più emarginate, ora ad esserlo è il movimento culturale dell’hip-hop, inteso nella sua totalità, includendo quindi il rap, il writting ovvero l’arte dei graffiti e i Bboying – il ballo – , fino alla serigrafia di magliette con tag e disegni attinenti al movimento. A seguito dell’individuazione delle città più problematiche legate alla violenza e alla droga, il Circo Volador ha inviato o formato sul luogo un gruppo di sociologi che negli ultimi quattro mesi ha organizzato una serie di corsi relativi a questa cultura urbana, affinché si potesse insegnare ai ragazzi malagevoli a utilizzare la loro passione in forma ludica e non violenta, come manifestazione di un disagio e, per i più talentuosi, si potesse iniziare anche a porre le basi per l’avvio di un lavoro artistico. Al termine dei quattro mesi, come da programma, si doveva svolgere un evento in ciascuna colonia, durante il quale si sarebbe consegnato un attestato di partecipazione e dove i giovani avrebbero potuto mostrare tutto l’appreso in questo lasso di tempo.

E’ così che è iniziata l’avventura: a me è stato dato il compito di creare attraverso un video, il documento di valutazione finale utile per il recupero di fondi finalizzati alla continuità del progetto, chiamato “El proyecto de las 6 ciudades”.

Nella pratica il mio lavoro consisteva nell’intervistare i ragazzi partecipanti, gli insegnanti di hip hop e i membri delle comunità; nel fare le riprese dell’evento finale e nel registrare il focus group, la riunione durante la quale era data voce alla comunità. Questo lavoro, a volte troppo meccanico per i miei gusti, che amo l’improvvisazione e l’impulsività della fotografia, mi ha permesso di entrare nelle colonie emarginate dove a nessun guero – bianco – è consigliato entrare, ma soprattutto di integrarmi con la comunità che, associandomi al progetto benefico, mi accoglieva nelle proprie case senza riserbo.

Attrezzatura in spalla sono partita in aereo il 12 giugno con il direttore di progetto, Jovany, per Ciudad del Carmen. Città affacciata sul Golfo del Messico, è nota per i pozzi petroliferi, unica fonte di denaro sicura per i cittadini, che a turni affrontano cinque ore di mare e si trasferiscono nella piattaforma per periodi che vanno dalla settimana al mese; si è evidenziato che questo lavoro alienante comporti una forte difficoltà relazionale con l’altro sesso, diffusa soprattutto tra i giovani della città: sarebbe bello indagarlo fotograficamente.

Ciudad del Carmen

Il mare e la compagnia hanno reso la prima esperienza fuori dal DF entusiasmante: ho conosciuto Il Bogart, amico con il quale resto costantemente in contatto e che mi ha condotta, con gli amici della colonia di Terra Libertad e di Manigua, su quel lungo mare dove al posto delle conchiglie s’incontrano lavatrici e vetri. Bevevamo birra in bettole di lamina e, a ogni bottiglia di Victoria ordinata, venivano serviti piatti di granchi fritti, cevice, pesci al forno e zuppa di gamberi – nelle cantine messicane è infatti usanza dare ad ogni ordine una botana gratuita che può variare dalle patatine al ricco piatto di pesce “mangia botanas ben unte, che l’olio sta sempre a galla e tiene l’alcool in bassa” si trova scritto in Polvere del Messico di Cacucci-. Ballando cumbia completamente bagnati, l’umidità nella città raggiungeva apici mai provati sulla mia pelle, ho vissuto come loro per quattro giorni con l’unica differenza che la sera io tornavo nel mio albergo esclusivo e loro nelle sudate case corrose.

Tornata il 16 già il 18 ero a Ecatepec, a un’ora e mezza dalla città, dove mi sono trattenuta solo un giorno, e, chiusa nell’instabile veranda di una casa, ho ascoltato le pungenti rime inventate sul momento dai ragazzi : “Me gusta las gueras  aunque no me quierrian” (Mi piacciono le biancche sebbene non mi vogliano).

Ecatepec

Successivamente è stato il turno di Cuautla, paesino dal centro storico caratteristico, degno di nota più che per la gente dimostratasi alquanto anonima, per l’acqua sulfurea – immergersi in quest’acqua è paragonabile ad un bagno nell’acqua frizzante – e per la cecina, carne tipica che ho gustato sia cruda che cotta sulla brace, direttamente nel mercato di Yecapixtla, sorseggiando tepace, il succo d’ananas macerata.

Agua Hedionda, Cuautla

Da Cuautla in viaggio direttamente a Pachuca; la stanchezza era tanta, non ho un bel ricordo, benché sia stato il primo vero cerro visitato, ovvero la collina le cui pendici, puntinate da casette dalle tinte pastello, ghettizzano i ranghi più disagiati della città.

Pachuca

A Pachuca è sorto un malessere che non è ancora svanito: a seguito dell’entusiasmo iniziale si è messa in luce la differenza culturale ed emotiva del popolo Messicano rispetto alla mia. Mi sono sentita incompresa, sicuramente a causa della lingua, ma anche per un approccio esclusivamente ludico che ha sempre caratterizzato i momenti extra lavoro; nonostante i trenta giorni insieme in viaggio sono stati rari i momenti in cui siamo entrati in intimità con l’altro, fortunatamente l’assenza d’empatia, per me indispensabile per la ben riuscita dei rapporti, veniva sopperita dalle innumerevoli risate e brome (prese in giro) a cui sono sempre stata resa partecipe.

Da Pachuca, dopo una sosta di poco più di 24 ore nel DF, sono arrivata a Culiacan. Culiacan Sinaloa, vicina al leggendario Nord Messicano, è la sede della cappella di Malverde, il Santo dei Narcos, ed è la città con il maggiore numero di narcotrafficanti in tutto il Messico. La colonia dove operavamo sorge alle basi di una collina dominata dalla casa del narcos, una villa circondata da filo spinato dall’aspetto Hollywood-Messicano in netto contrasto con le vicine case a un piano, rifugi dei sicari. La tensione era tangibile: polizia dal volto coperto marciava lungo le strade sterrate; le case di seguridad, in altre parole i nascondigli per la droga e le armi, erano mascherate da case famigliari con tendine di pizzo; uomini che saltavano sul bus in corsa ti chiedevano se avevi il permesso di scattare foto e prima di riscendere ti piazzavano il cellulare a pochi cm dal volto per sequestrare la tua faccia.

Capella Jesus Malverde, Culiacan

Già, sono archiviata anch’io, eppure l’energia incontrata a Culiacan non ha avuto pari in tutti il mese; l’esempio massimo è stato il Charlie, ragazzo balbuziente affetto da paraparesi che con un microfono in mano riesce a tenere testa a tutto gli MC (cantanti hip pop) di fama nella guerriglia vocale. Ogni sera si finiva così sulla terrazza di una casa del centro, luogo di ritrovo per i rapper di Sinaloa: in alto ci rifugiavamo dagli spari che sporadicamente rimbombavano in un cielo non troppo lontano, anzi.

MC Charlie, Culiacan

L’ultima avventura si è svolta a Torreon, città del deserto, dove guardando dritto al cielo i tuoi occhi non imbatteranno mai in ostacoli, nessun edificio supera il secondo piano. Torreon resterà nella memoria per la duna che abbiamo scalato, per il deserto in cui ci siamo persi alla ricerca di pitture rupestri, per la camionetta che si è infossata in mezzo al deserto perdendo definitivamente l’orientamento, per il dulce de leche alla guayaba eccessivamente stucchevole anche per i più bramosi, e per il viaggio di ritorno pericolosamente affrontato con fossili di dinosauro nascosti nei calzini.

La dunas de Bilbao

Il cerro dove lavoravamo, sebbene ubicato nel pieno centro della città, fino a pochi anni era meta invalicabile per i taxisti, sugli annunci di lavoro tra i requisiti si leggeva “non residente o originario del Cerro della Cruz” e a fianco alla statua dorata di Morelos, da cui nasce la colonia, la mattina si potevano incontrare teste mozzate. Ora che “el Castillo” del narcos è stato raso al suolo e che i ragazzi iniziano a scendere dal colle, pare di passeggiare in un innocuo paese dove chiacchierare lungo la strada e scattare foto, anche se ritengo giusto considerare le mie impressioni arbitrarie, in fondo io sono stata introdotta nella comunità direttamente come membro del Circo, che equivale ad avere la pelle ambrata e gli occhi indio.

Cerro de la Cruz, Torreon

A farmi compagnia lungo tutto questo cammino le canzoni di Carla Morrison, cantante della scena indi messicana di cui suggerisco “Hasta la piel”, e il libro “Polvere del Messico” di Cacucci, per ora l’unico testo che riesca a far vivere al lettore ciò che realmente s’incontra in Messico, non solo fatto di femminicidi, sombreri e droga.

Sono rientrata nel DE-EFE (questa la pronuncia) da una settimana, ogni volta che atterro con l’aereo è impossibile trattenere un sussulto di stupore, quando le nuvole si aprono e si mostra lei, nella sua vastità senza orizzonti finiti, e ti fa vivere un sentimento infantile: meravigliarsi ancora per qualcosa che razionalmente crediamo noto. Non ho metabolizzato le esperienze vissute, mi sento spaventa

 

ta dall’idea di dovermi riadattare a questa città, ho lavoratotanto il primo mese per sentirla mia e ora sto cercando di riaccomodarmi riprendendo i contatti. A differenza dell’Italia qui tutto si muove e c’è ancora spazio per noi, bisogna solo prendere coraggio e buttarsi nel vortice. A tal proposito ho già trovato chi crede in me e a novembre esporrò in una personale durante il Corredor Cultural, un’iniziativa che prevede la presenza di artisti visivi nei locali, nei parchi e in tutti i luoghi pubblici dei quartieri della Roma e della Condesa, i più belli della città. Fremo!

Ciudad de Mexico

Non amo citare, possiedo capacità d’analisi e critica, eppure ho trovato una frase nel libro di Cacucci che bene esprime il mio stare qui: “…uno di quei luoghi dove si comincia a capire qualcosa solo quando si rinuncia a capire”. Io per mia natura non ho ancora rinunciato, quindi per ora mi limito a riportare, a volte esprimendo le mie perplessità, ma non vogliono essere giudizi, sono solo espressione di uno stare ancora non del tutto comodo, ma proprio per questo vibrante. E con questa buena vibra, modo di dire molto usato qui, attendo i prossimi 300 giorni.

 

 

Questo articolo è stato pubblicato in Messico, YES: Youth, Education and Solidarity! e contrassegnato come , , , , , , , , , , , , da Giulia Iacolutti . Aggiungi il permalink ai segnalibri.

Informazioni su Giulia Iacolutti

Nasce a Cattolica nel 1985. Dottoressa in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività Culturali, studia fotografia a New York e a Milano, diplomandosi presso l’Accademia del Teatro alla Scala in fotografia e video design di scena. Nel novembre 2011 vince il primo premio come miglior fotografia della 54^ Esposizione d’Arte Internazionale La Biennale di Venezia e nel 2013 il Premio Magic con il documentario "Udine / Chi viene / Chi va". Partecipa a più di una decina di esposizioni personali e collettive tra cui: "Mali points de vue" presso la galleria Copetti di Udine durante il festival Vicino Lontano; "Photo Vogue" curata da Alessia Glaviano durante il Photo Festival di Lucca; "Confronti" curata da Antonio Giusa presso Villa Manin di Passariano; "Ti va di guardare" curata da Paolo Toffolutti nella Nuova Galleria d'Arte Contemporanea di Udine. Avvicinatasi ai temi sociali, lavora presso i centri di salute mentale e a dicembre 2013 va in Mali un mese per documentare video-fotograficamente l'operato della ONLUS Abarekà Nandree. Ora vive a Città del Messico dove lavora con un progetto di volontariato europeo insieme al team di sociologi del Circo Volador.

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